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Sul colonialismo in Congo - Aimé Césaire, Adam Hochschild e Roger Casement

Introduce Anna Maria Gentili   
lunedì 26 marzo 2012
Il Rapporto sul Congo di Roger Casement, redatto dopo un viaggio di 3 mesi e 10 giorni in alcune regioni del Congo per conto del governo inglese e reso pubblico solo nel febbraio 1904, contribuì grandemente a rafforzare la campagna contro le violazioni dei più elementari diritti umani delle popolazioni sottoposte al dominio dello Stato libero del Congo, vera e propria proprietà privata del re Leopoldo del Belgio. Di Roger Casement si può leggere una biografia romanzata dello scrittore Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta, pubblicato in italiano nel 2011, che ci restituisce un personaggio complesso che l'esperienza congolese cambierà profondamente. Quattro anni prima del Rapporto di Casement era stato pubblicato quello che diventerà il più celebre e il più tradotto romanzo breve della letteratura inglese, Cuore di tenebra di Joseph Conrad, che aveva dato voce alla campagna del movimento per la riforma del Congo, che vide attiva attorno a E.D. Morel (The Black man burden, Red rubber) tutta una serie di filantropi, intellettuali giornalisti inglesi e americani, da Arthur Conan Doyle, a Mark Twain, a George Washington Williams, a William Sheppard, a Hezekiah Andrew Shanu. Queste testimonianze rimangono vive e attuali nel senso di essere ispirazione alla vigilanza per la difesa dei diritti delle popolazioni più vulnerabili, dell'Africa in particolare, la cui tragica storia di oppressione e sfruttamento é costellata di silenzi e negazioni.



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DA AIMÈ CÉSAIRE, “DISCORSO SUL COLONIALISMO”
(…) Il punto essenziale consiste nel vederci chiaro, nel pensare in modo limpido, nel non farsi scrupolo alcuno e nel rispondere in modo altrettanto chiaro all'innocente domanda iniziale: in che cosa consiste, nei suoi principi, la colonizzazione? Diciamo subito ciò che essa non è: non è evangelizzazione, non e un'impresa filantropica, non esprime alcuna volontà di sconfiggere l'ignoranza, le malattie, la tirannide, di diffondere Dio o di estendere il Diritto. Ammettiamo, una volta per tutte senza paura delle conseguenze, che qui stiamo parlando dell'azione decisiva dell'avventuriero, del pirata, del grande mercante di spezie, dell'armatore, del cercatore d'oro, del commerciante, della bramosia e della forza, su cui si proietta l'ombra, certamente malefica, di una forma di civiltà che, a un dato momento della sua stona, si è trovata costretta, a causa di esigenze interne, a estendere su scala mondiale il regime della concorrenza delle proprie economie antagoniste.
(…) Detto questo, anch'io sostengo che mettere in contatto le civiltà è positivo, che far coesistere dei mondi diversi è una cosa eccellente e che una civiltà, qualunque sia il suo spirito se si chiude in se stessa rischia di marcire. Anch'io sostengo che lo scambio è come l’ossigeno e che la grande fortuna dell’Europa è stata quella di essere un crocevia di tutte le idee, di tutte le filosofie, un ricettacolo di tutti i sentimenti, un fatto che le ha consentito di diventare il centro migliore per la redistribuzione delle energie.
Ma è proprio per questo che pongo la seguente domanda: la colonizzazione ha davvero messo in contatto? Oppure, se si preferisce: fra i vari modi di mettere in contatto i popoli, era questo il migliore?
La mia risposta è no.
E dirò inoltre che tra la colonizzazione e la civiltà vi è una distanza infinita, poiché da tutte le spedizioni coloniali prese insieme, da tutti gli statuti coloniali promulgati, da tutte le circolari ministeriali emanate, non si riuscirebbe a ricavare un solo valore umano


DA : ADAM HOCHSCHILD, “GLI SPETTRI DEL CONGO”
(……) non sapevo quasi nulla della storia del Congo fino ad alcuni anni fa, quando scorsi una nota a piè di pagina in un libro che mi era capitato tra le mani. Spesso, quando leggiamo qualcosa che ci colpisce, ci rimane impresso il luogo dove ci trovavamo in quel momento. In quell'occasione sedevo, stanco e indolenzito, a tarda notte, su uno dei sedili posteriori di un aereo di linea che attraversava gli Stati Uniti da est a ovest.
La nota si riferiva a una citazione di Mark Twain scritta, a quanto diceva il libro, quando il romanziere faceva parte del movimento mondiale contro la schiavitù in Congo, una pratica che aveva mietuto da cinque a otto milioni di vittime. Movimento mondiale? Da cinque a otto milioni di vittime? Ero incredulo.
Le statistiche sugli stermini sono spesso difficili da confermare. Se la cifra effettiva fosse stata pari anche solo alla metà, pensai, il Congo sarebbe comunque stato il teatro di una delle maggiori stragi dell'epoca moderna. Perché quelle morti non erano citate nell'ormai nota litania degli orrori del nostro secolo? E perché non ne avevo mai sentito parlare? Scrivevo da anni sui diritti umani e una volta, durante uno dei miei cinque o sei viaggi in Africa, ero stato in Congo.


Da : ROGER CASEMENT, “RAPPORTO SUL CONGO”
Il Progresso?
La regione delle cataratte percorsa dalla ferrovia è un tratto generalmente povero e perfino sterile della lunghezza di circa 408 chilometri Quest'area è, credo, il centro e punto di irradiazione della "malattia del sonno, una patologia terribile che rapidamente si sta facendo strada nel cuore dell'Africa, attraverso l'intero continente, fin quasi alle coste sull'Oceano Indiano. La popolazione del basso Congo è stata gradualmente falcidiata dalle conseguenze incontrollate di questa malattia non ancora diagnosticata e curata alla quale dovrebbe essere assegnato un ruolo di primaria importanza, quale causa apparente del complessivo calo demografico da me notato nelle regioni visitate. Di sicuro i nativi la considerano uno dei motivi all'origine dell'allarmante tasso di mortalità, sebbene, e io credo maggiormente, addebitino anche ad altre cause il rapido declino demografico. Forse il mutamento più impressionante osservato durante il viaggio è il grande regresso della vita autoctona visibile ovunque. Le comunità che avevo conosciuto a suo tempo quali estesi e fiorenti centri popolati, sono oggi interamente scomparse ovvero sono a tal punto spopolate da non essere più riconoscibili. Le rive di Stanley Pool avevano in passato una popolazione di 5.000 Bateke ripartiti nelle tre città di Ngalierna (Leopoldvil-le), Kinshasa e Ndolo, distanti pochi chilometri l'una dall'altra. Questi uomini circa dodici anni fa decisero di abbandonare le loro case e, in una sola notte, la gran parte attraversò il confine francese sulle sponde settentrionali del Stanley Pool. Dove un tempo si stendevano quei popolosi villaggi africani, oggi si vedono poche case europee appartenenti a funzionari governativi o a commercianti.


Chumbiri - Lavoro ForzatoL’alimento base dell'intero Alto Congo è ottenuto dalla lavorazione della radice della cassava macerata, bollita e addensata in panetti o budini di vario peso. I nativi dei distretti intorno a Leopoldville sono obbligati a fornire ogni settimana una certa quantità di questo cibo, ottenuta con la requisizione da tutti i villaggi della zona.
I villaggi Chumbiri devono fornire il kwanga (l'alimento a base di cassava già citato) per i vicini posti di rifornimento, e la quantità loro richiesta era, affermavano, superiore alla possibilità di ottenerla nonché sproporzionata rispetto a ciò che ricevevano in cambio.
In uno dei più piccoli villaggi Chumbiri, nel quale vivevano non più di dieci persone e solo tre donne erano in grado di preparare e cucinare cibo, dovevano essere consegnati 40 kwanga (da 81 a 122 chili di peso) ogni settimana in cambio di 40 bacchette d'ottone (appena 2 franchi belgi). Queste persone dicevano: "Come diamine possiamo seminare e sarchiare i nostri orti, procurarci e preparare e bollire la cassava, ridurla in panetti e poi portarla alla postazione distante un giorno di cammino? E se poi il kwanga è poco o mal cucinato, o ci lamentiamo che le barrette dateci in saldo sono troppo corte, come avviene di solito, allora i taglialegna ci percuotono e talvolta trattengono per giorni a tagliar legna come punizione.”.

Bolobo A Bolobo, ove ho trascorso dieci giorni in attesa di un vaporetto per continuare il mio viaggio, emerge uno stato di cose in qualche modo simile a quello esistente a Chumbiri. Bolobo era uno dei più importanti insediamenti nativi sulla sponda meridionale dell'Alto Congo e la popolazione, nei primi tempi del governo coloniale, raggiungeva le 40.000 persone principalmente della tribù Bobangi, ma si ritiene che attualmente non sia superiore a 7.000-8.000 anime. I Bolobo erano famosi, in passato, per i loro viaggi a Stanley Pool e la loro particolare abilità nel commercio. Tutte le loro grandi canoe sono oggi scomparse e anche se taluni ancora cacciano ippopotami - tuttora numerosi nelle acque dei dintorni non ho constatato alcun tipo di altra attività.
In verità sarebbe difficile, ora, dire come la gente ora viva o occupi il proprio tempo. I Balobo non si lamentavano molto delle corvé settimanali per l'approvvigionamento del cibo che sembrerebbe una necessità inevitabile dovuta alla situazione, ma delle richieste inattese che frequentemente ricevevano. Dalle zone vicine non proviene né gomma, né avorio. L'approvvigionamento del cibo e una certa quantità di forza-lavoro è tutto ciò che viene imposto. I Balobo sono passibili di arruolamento forzato in qualità di taglialegna, di operai presso la stazione governativa, rematori, manovali lungo il tracciato telegrafico o per altri servizi di pubblica utilità.
Il lavoro richiesto non sembrava eccessivo, ma imposto in modo irregolare, non egualmente distribuito, poco retribuito o, addirittura, non retribuito.
Le lamentele riguardano più frequentemente il modo di imporre il servizio piuttosto che il servizio stesso. I Bolobo, mi hanno detto, non obiettavano tanto a proposito della continua richiesta di cibo, proprio perché essendo regolare, potevano prepararlo regolarmente, quanto per i lavori inattesi e improvvisi come i trasporti in canoa o la costruzione ancora più gravosa del pontile. A quanto ho capito, essi non erano in grado di stabilire alcun collegamento tra le richieste sul proprio tempo e lavoro emesse in modo sbrigativo, e un sistema generale di contribuzione nell'interesse pubblico che, per essere prontamente riconosciuto, dovrebbe essere chiaramente definito
Ho saputo, mentre ero a Bolobo, che di recente aveva avuto luogo nella sua retrovia un cospicuo flusso di popolazione proveniente dal distretto del lago Leopoldo II (che comprende il "Domaine de la Couronné'). Mi è stato detto che l'insediamento più vicino di questi migranti era a circa 37-46 chilometri da Bolobo e così ho deciso di visitarlo. Ho trascorso il 20 , Il 21 ed il 22 luglio in questo viaggio e ho visto due grandi villaggi nell'interno, appartenenti alla tribù Batende, nei quali metà della popolazione è ora composta da rifugiati della tribù Basengili in precedenza stanziata vicino al lago Leopoldo. Ho incontrato e interrogato alcuni gruppi di queste persone che ho scoperto essere laboriosi fabbri e artigiani dell'ottone. I gruppi erano composti di uomini vecchi e giovani, donne e bambini. Negli ultimi quattro anni erano fuggiti dalla loro terra e cercato rifugio presso i loro amici Batende. La distanza percorsa nella fuga era, secondo loro, pari a sei o sette giorni di marcia (che io stimo siano da 222 a 277 chilometri). Hanno dichiarato, quando ho chiesto il motivo della loro fuga, che avevano sopportato nella propria regione tali maltrattamenti a opera dei soldati governativi al punto che la vita era divenuta insopportabile, che nulla era rimasto se non essere uccisi per non aver consegnato una certa quantità di gomma, oppure morire di fame o ancora essere esposti al pericolo nel tentativo di soddisfare le loro pretese.

Lago MantumbaGli abitanti del lago Mantumba, prima dello stabilirsi dell'autorità dello Stato del Congo, erano tra i pescatori e cacciatori più attivi dell'Alto Congo. Essi erano soliti navigare il corso principale del fiume Congo con flottiglie di canoe e viaggiare a grandi distanze combattendo, se necessario, in cerca di acquirenti per il pesce o gli schiavi, in special modo proprio per procurarsi questi ultimi. Tutto ciò è finito e, a eccezione di piccole canoe impiegate per pescare, non ho notato alcuna canoa sul lago o presso i villaggi incontrati lungo le sponde del fiume, paragonabile a quelle viste così spesso in passato. Un capo di nomina governativa di un villaggio che ho visitato mi ha detto che aveva acquistato una bella canoa per 2.000 barrette d'ottone (equivalenti a 100 fr.) con la quale aveva inviato la prescritta quota settimanale di pesce alla locale postazione governativa. La canoa era stata confiscata dal funzionario locale, era stata usata per trasportare i soldati e ora era in dotazione a una stazione di rifornimento legna, della quale ha indicato il nome, sul corso principale del fiume. Non aveva ricevuto nulla per la perdita della sua canoa e quando ho insistito perché presentasse il caso all'ufficiale responsabile, che aveva senza dubbio trattenuto la canoa senza malizia, egli ha sollevato la sua veste fin sulle reni e indicando i punti dove era stato flagellato con un chicotte ha ribattuto: "Se mi fossi lamentalo avrei avuto solo altre di queste".
(..) Un'indagine scrupolosa sulle condizioni di vita degli indigeni intorno al lago ha confermato le dichiarazioni rilasciate sia da Monsieur Wauters, sia dal missionario americano in loco, sia da molti nativi, vale a dire che il drammatico decremento demografico, i villaggi sporchi e maltenuti, la completa assenza di capre, pecore o pollame - un tempo così abbondanti nella regione - sono da imputare sopra ogni cosa all'azione continuativa condotta negli anni per imporre alla popolazione la raccolta della gomma. In precedenza erano state acquartierate nel distretto imponenti guarnigioni di truppe locali e le misure punitive inflitte erano continuate per un considerevole periodo di tempo. Durante quelle spedizioni v'era stata una rilevante perdita di vite umane, accompagnata temo, da qualche generale mutilazione dei corpi a riprova del fatto che i militari avevano rispettato gli ordini.
(…) In uno di quei villaggi, Montaka, nella zona più meridionale del lago, dopo che la fiducia era stata ristabilita e i fuggitivi convinti a tornare dalla foresta circostante nella quali si erano nascosti, ho visto le donne rientrare portandosi appresso i loro bambini, gli utensili di cucina e perfino il cibo che avevano preso frettolosamente fino a tarda ora la sera precedente. Incontrando in un campo alcune di queste donne ho chiesto perché erano fuggite alla mia vista ed esse mi hanno risposto sorridendo: "Credevamo che foste Buia Matadi" (vale a dire emissari del Governo). Timori di questo tipo erano sconosciuti in precedenza nell'Alto Congo, e in molti altri luoghi fuori mano visitati tanti anni fa la gente si affollava da ogni parte per salutare uno straniero bianco. Ma oggi l'apparizione del vaporetto di un uomo bianco è stata, evidentemente, il segnale per una fuga istantanea.
(…)Ancora si presentavano a lui uomini le cui mani erano state amputate dai soldati governativi durante quei tempi maledetti ed ha riferito che v'erano tuttora vittime di quel tipo di mutilazione nel territorio circostante. Due casi del genere sono stati posti alla mia personale attenzione mentre ero nella zona del lago: un giovane, le cuimani erano state spappolate contro un albero con i calcidei fucili e un ragazzo di 11 o 12 anni la cui mano destra era stata troncata all'altezza del polso. Quest'ultimo mi ha .descritto i particolari della sua mutilazione e, in risposta a una mia domanda, ha detto che sebbene ferito era perfettamente sensibile duranto il taglio, ma che temendo di essere ucciso se si fosse mosso, era rimasto a giacere immobile.
(..)Ho scoperto successivamente, quando mi sono trovato nei dintorni di Coquilhatville, che gli arresti e la detenzione sommaria di quel tipo per inadempienza nel pagamento delle tasse sono un avvenimento costante. Gli arrestati sono spesso tenuti da un'unica catena insieme ad altri prigionieri e condotti ai consueti lavori forzati. Essi non sono in precedenza processati davanti a una corte e condannati a un periodo stabilito di detenzione, ma semplicemente tenuti in galera fino a che non venga ottenuta una qualche soddisfazione; e durante la detenzione sono soggetti a un regime di lavoro duro.



Le compagnie della gommaLe compagnie concessionarie, credo, giustificano l'ingaggio di uomini armati col fatto che i loro depositi e i loro agenti devono essere protetti da eventuali violenze dei rudi abitanti della foresta con i quali hanno a che fare; ma questa legittima necessità di salvaguardia degli insediamenti europei non legittima la presenza, lontano da quegli insediamenti, di drappelli di miliziani stanziati presso i villaggi nativi che svolgono una funzione niente affatto protettiva. Secondo la spiegazione che mi è stata data poiché le tasse gravanti sui nativi sono determinate in base alle leggi e calcolate nella misura richiesta dal Governo a titolo di lavori di pubblica utilità, la riscossione di quelle tasse deve essere rigorosamente imposta.

Bolongo ed IfoniQuando il suo padrone si presentava ogni quindici giorni a Ifomi per portar via il caucciù raccolto se era considerato sufficiente le donne venivano rilasciate e consentito loro di tornare dai mariti, ma se non era sufficiente subivano il proseguimento della detenzione.

BongadangaIn un altro deposito nel quale il caucciù era posto a essiccare, mentre lo esaminavo sono entrati sette nativi recanti cesti riempiti di gomma in pezzi che hanno iniziato subito a smistare e a stendere su alte piattaforme. Quei sette uomini erano sorvegliati da quattro guardie armate di fucili.
Mi sono state date spiegazioni piuttosto differenti sui motivi della sorveglianza ininterrotta dei nativi che ho notato nel corso del "mercato". Mi è stato detto dapprima che era una necessaria precauzione per garantire nella manifattura tranquillità e ordine durante lo stazionamento di così tanti selvaggi robusti e rozzi. Tuttavia quando ho richiamato l'attenzione sulla sorveglianza ravvicinata dei nativi nei depositi per la pezzatura e l'essiccazione, mi è stato riferito che quelli erano "prigionieri". Se la gomma recata dai venditori nativi risultava essere alla "pesa" notevolmente inferiore alla misura richiesta, il colpevole veniva arrestato e segregato nella maison des otages.
(…)Per procurarsi la gomma dovevano prima intraprendere un viaggio di non meno di due giorni, lasciando le proprie mogli e rimanere assenti per cinque o sei giorni. Essi erano guardati a vista al limitare della foresta e sotto scorta e se non fossero rientrati entro il sesto giorno avrebbero avuto verosimilmente dei guai. Prelevare la gomma nelle foreste che in genere sono molto paludose - comporta grandi sforzi e ricerche, spesso infruttuose, di una pianta ricca di lattice.

Di nuovo a BogindaHanno poi preso il posto di quelle persone un certo numero di nativi che hanno condotto dinanzi a me un bambino di non più di sette anni la cui mano destra era stata amputata all'altezza del polso. Avevano portato quel bambino, il cui nome era Lokoto, dal villaggio di Mpelenge che si trova a cinque chilometri e mezzo da Bonginda. Hanno affermato che alcuni anni prima (non erano in grado di precisare nemmeno approssimativamente la data se non indicando che Lokoto aveva appena imparato a camminare), Mpelenge era stata attaccata da alcune guardie della compagnia La Lulonga. A causa della loro incapacità di fornire una quantità sufficiente di caucciù. Loro non sapevano se le guardie erano state inviate da qualche europeo, ma ne conoscevano i nomi e il loro capo si chiamava Mokwolo. Mokwolo aveva colpito a morte il capo del villaggio Eliba e gli abitanti erano fuggiti nella foresta. Le guardie li avevano inseguiti, Mokwolo aveva abbattuto il piccolo Lokoto con il calcio del fucile e poi gli aveva mozzato la mano. Hanno poi dichiarato che le mani dell'ucciso e del piccolo Lokoto erano state portate via dalle guardie. Le guardie che avevano fatto questo appartenevano alla manifattura della compagnia La Lulonga a Boyieka. L'uomo che era apparso con Lokoto ha continuato dicendo che non aveva mai protestato al riguardo se non con il bianco "Monkanza" che era stato, a suo tempo, l'agente della compagnia a Boyieka. Essi non avevano pensato di protestare con il Commissario del Distretto. Non solo perché era distante, ma anche perché temevano non essere creduti e perché pensavano che gli uomini bianchi desiderassero solamente la gomma e che nulla di buono potesse venire dall'appellarsi a loro.

Ritorno a Stanley PoolHo deciso di ritornare da Coquilhatville a Stanley Pool a causa dell'urgenza di altri incarichi. L'ultimo incidente è avvenuto la notte prima della mia partenza.A tarda notte uno degli studiosi locali della Missione Cattolica a Coquilhatville è venuto con alcuni nativi del distretto Bangala, che ha qualificato come suoi amici, che stavano fuggendo dalle proprie case e che chiedeva io portassi con me nel territorio francese a Lukolela.
V'erano il capo Manjunda di Monsembi e sette persone. Il capo ha dichiarato che, stante la sua incapacità di far fronte alle imposizioni del Commissario del Distretto di Bangala, aveva abbandonato la sua casa insieme alla sua famiglia e stava cercando di raggiungere Lukolela.
Aveva disceso il corso del fiume in canoa per 148 chilometri, ma ora si stava nascondendo presso amici in uno dei villaggi vicino a Coquilhatville. Parte della tassa imposta al suo villaggio consisteva nella consegna, ogni mese, di due capre per la mensa dell'uomo bianco a Bangala.
Poiché tutte le capre del vicinato erano scomparse da un pezzo per corrispondere a quelle richieste, egli poteva ora pagare questa tassa comprando tali capre nei distretti dell'interno quando erano in vendita, pagando 3.000 barrette ciascuna ( 150 franchi) e poiché la paga del Governo ammontava a sole 100 barrette (5 franchi) non aveva più modo di continuare quella fornitura. Avendo chiesto invano la remissione di quell'obbligo, non gli era rimasto altro che fuggire. Ho detto a quell'uomo che mi dispiaceva di non poterlo aiutare, che la strada opportuna era appellarsi alle autorità del distretto per uno sgravio e, non riuscendovi, rivolgersi alle più alte autorità a Boma. Ciò, ha detto, era chiaramente impossibile da farsi. L'ultima volta che si era rivolto ai funzionari a Bangala, gli era stato detto che se non avessero ricevuto la tassa successiva sarebbe stato incatenato. Ha aggiunto che un capo dei dintorni, inadempiente per la stessa ragione, era appena morto in galera e che quella sarebbe stata anche la sua sorte se l'avessero acciuffato. Ha soggiunto che, se non gli credevo, il missionario protestante a Monsembi - della cui chiesa era membro - poteva testimoniare sulla veridicità della sua dichiarazione; ho detto a lui e al suo amico cattolico che avrei indagato in quella direzione, ma che mi era impossibile assistere un fuggitivo. Ho anche detto che comunque non v'era alcuna legge nello Statuto del Congo che proibiva a lui o ad altri di viaggiare liberamente in qualsiasi parte del Paese e che il suo diritto di navigare sulla sua canoa nell'Alto Congo era valido quanto il mio sul vaporetto mio o di chiunque altro. Lui e la sua gente mi hanno lasciato a mezzanotte dicendo che, a meno di poter viaggiare insieme a me, non credevano che avrebbero potuto raggiungere Lukolela.


Bibliografia
Aimé Césaire, Discorso sul colonialismo, Verona, Ombrecorte , 2010 (ed. or.
Discours sur le colonialisme, Paris, Presence africaine, 1955)
Aimé Césaire, Una stagione nel Congo, Lecce, Argo, 2003 (ed. or. Une saison
au Congo, Paris, Ed. du Seuil, 1966)
Joseph Conrad, Cuore di tenebra, (ed. or. Heart of darkness, Blackwood Magazine, 1899)
Adam Hochschild, Gli spettri del Congo, Milano, Rizzoli, 2001 ( ed. or. King Leopold's ghost, Mariner Books, 1998)
Mark Twain, Soliloquio re Leopoldo: apologia del suo ruolo in Congo (1905), Bari, Dedalo, 1982 (ed. or. King Leopold's Soliloquy, Warren Co., 1905)
Arthur Conan Doyle, The crime of Congo, London, Hutchinson, 1909
Mario Vargas Llosa, Il sogno del Celta, Torino, Einaudi, 2011
Johannes Fabian, Remebering the present : painting and popular history in Zaire, Berkeley, University of California Press, 1996
Luca Jourdan, Generazione kalashnikov : un antropologo dentro la guerra in Congo, Roma-Bari, GLF editori Laterza, 2010africa.jpg